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In Trentino serve una Fachochschule

feb 13 • Innovazione, Notizie, Rassegna stampa • 819 Views • Nessun commento

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 Il mio editoriale intitolato “In Trentino serve una Fachochschulen” pubblicato sul giornale l’Adige del 13 febbraio 2016.

Vorrei intervenire nel dibattito scaturito dall’editoriale del direttore Giovanetti sul valore attuale e prospettico degli Istituti Tecnici quali pilastro di un sistema scolastico su cui si regge un sistema economico moderno e competitivo.

Concordo in particolare sulla centralità della scuola tecnica nella filiera della conoscenza e sulla necessità di colmare il gap esistente fra scuola superiore e università, come pure sulle difficoltà – messe a fuoco recentemente dallo stesso ex-presidente del Consiglio (e della Commissione europea) Romano Prodi, in un importante incontro sul tema – in cui si dibatte l’università italiana del 3+2.  Così come sono anch’io convinto che la soluzione ai problemi posti dalla formazione tecnico/tecnologica non stia in una affrettata “liceizzazione” delle scuole tecniche.

“Gli istituti tecnici – cito Prodi perché nelle sue parole mi riconosco – sono la chiave di salvataggio per il futuro manifatturiero del nostro Paese e dei nostri giovani: servono per moltiplicare i posti di lavoro e mettere in giusto rilievo la dignità e la grandezza del fare. Occorre resuscitare il concetto dell’apprendere, mettendo in primo piano il progresso tecnologico empirico continuo”.

Rispetto a quanto già scritto su queste pagine, mi sembrano doverose due ulteriori considerazioni, che ci riportano un po’ “con i piedi in Trentino”. In primo luogo, non enfatizzerei eccessivamente la contrapposizione fra percorsi di studio a carattere umanistico e percorsi tecnico-scientifici. Del resto gli sviluppi recenti della tecnologia mostrano come l’antica dicotomia fra sfera umanistico-filosofica e sfera scientifica non abbia più una grande ragione d’essere: nella cosiddetta intelligenza artificiale, ad esempio, le cui competenze si sono travasate in tanta parte dell’informatica, della robotica, della meccatronica attuali, i filosofi hanno fatto la loro parte assieme agli ingegneri. Sicuramente, invece, si deve lavorare di più sul piano culturale, per scardinare l’ormai superata concezione di un rapporto sequenziale tra teoria e pratica e affermare una più moderna idea di integrazione di saperi.

Mi sembra importante sottolineare però anche un’altra cosa: non mi pare che in Trentino vi sia da parte delle famiglie e della società in generale una così marcata svalutazione degli studi tecnico-scientifici ed in generale di quei percorsi che puntano in maniera più decisa di altri verso il mondo del lavoro.

In Trentino esiste innanzitutto un qualificato sistema della formazione professionale. Recentemente abbiamo anche fatto un passo in più per allinearla con le migliori esperienze a livello europeo, introducendo un apprendistato “professionalizzante” basato sull’alternanza fra formazione ed esperienza di lavoro in azienda. La novità piace agli studenti e alle loro famiglie ma, come rivelato anche dai dati recenti diffusi dagli organi di informazione, non è ancora stata pienamente metabolizzata dalle imprese, che grazie alla rivoluzione del Jobs act per la prima volta dopo molti anni tornano ad assumere con contratti a tempo indeterminato.

Per quanto riguarda gli istituti tecnici, come noto la riforma scolastica del 2010 ha delineato per essi, nel panorama nazionale, una nuova identità, ma i risultati tardano a venire, e vedremo più avanti perché. Tuttavia, penso vi sia ormai anche da parte dei formatori la consapevolezza che il mondo delle imprese, oltre che competenze tecniche elevate, richiede al proprio personale il possesso di capacità relazionali, comunicative e linguistiche, di ideazione, creatività e di problem solving, in ambiti caratterizzati da innovazioni continue, sia di processo che di prodotto. Gli istituti tecnici devono fornire ai propri studenti anche una solida base culturale, su cui innestare le competenze tecnico-professionali proprie dei diversi indirizzi, che permetta loro non solo di intervenire nei processi in atto ma anche di sviluppare quelle competenze imprenditoriali e quelle capacità creative e progettuali necessarie per intercettare e presidiare l’innovazione. Gli istituti tecnici come vere e proprie “scuole dell’innovazione” quindi, come “laboratori di costruzione del futuro”, per trasmettere ai giovani la curiosità, il fascino dell’immaginazione e il gusto della ricerca, finanche per aiutarli a coltivare in prima persona una eventuale attitudine imprenditoriale (e sappiamo quanto siano “comunicanti” in Italia le sfere del lavoro dipendente e di quello autonomo).

Rispetto al quadro nazionale, il Trentino si posiziona su livelli più avanzati, anche se possiamo ulteriormente migliorare. In questi anni abbiamo lavorato per rendere più solido il raccordo fra scuola, soggetti istituzionali e sociali del territorio, sistema produttivo. L’importanza dell’interazione fra mondo della scuola e quello aziendale, non solo per favorire la crescita economica ma anche per uno sviluppo coerente e pieno della persona, mi pare si stia facendo strada ad ogni livello. Nel mio ruolo di assessore allo sviluppo economico e lavoro, non posso che constatare come le imprese più avanzate, comprese quelle che attiriamo in Trentino da fuori provincia, chiedono con sempre maggiore insistenza due cose: condizioni di contesto favorevoli, e disponibilità di personale specializzato o semi-specializzato, ad ogni livello. Sollecitazioni importanti arrivano anche dal Sindacato, in Trentino particolarmente aperto a formule e a modelli sperimentati da tempo a nord del Brennero, che prevedono un ruolo più attivo e propositivo dei lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro. Il percorso che la Provincia autonoma di Trento ha intrapreso, al fine di avvicinare istituti secondari, università, fondazioni di ricerca, imprese, è dunque l’unico possibile. Pensare e fare devono diventare processi complementari, integrabili e non alternativi, superando se necessario anche formule organizzative eccessivamente gerarchizzate all’interno dei luoghi di lavoro e valorizzando maggiormente i giovani.

Da questo punto di vista diventa fondamentale – come mi sembra sottolinei anche Giovanetti parlando di superamento degli schemi tradizionali della ricerca accademica e dell’università – la costituzione di poli specialistici di filiera, una modalità organizzativa che consente un’efficace ed efficiente collaborazione tra sistema educativo, sistema della ricerca e dell’alta formazione e sistema economico. Esiste però in Italia, lo sappiamo, un problema assolutamente centrale e ancora irrisolto: creare un biennio o un triennio di formazione tecnica superiore professionalizzante, post-diploma, che colmi la frattura netta fra scuola superiore e università. Lo ha detto, di nuovo, lo stesso Prodi, perorando la causa della creazione in Italia di “7 o 8 centri di ricerca applicata a servizio delle imprese, centri orientati come le Fachochschulen…”, ma richiamando anche l’istituzione francese dell’Institut Universitaire de Technologie.

Ancora una volta, il Trentino può fare da apripista. I poli tecnologici e della formazione della Meccatronica e di Manifattura Domani vanno precisamente nella direzione sopra auspicata. Si tratta di centri di innovazione industriale aperti all’Europa, non solo al sistema territoriale o all’Italia, che operano in settori di altissima specializzazione, integrando competenze diverse, sfruttando la prossimità fisica di imprese, di strutture della formazione tecnica e professionale e di laboratori di ricerca.

Si tratta di una scelta strategica su cui la politica deve dimostrare coraggio e visione.

Alessandro Olivi

Vicepresidente e Assessore allo sviluppo economico e lavoro

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