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Da Malga Zonta una riflessione sul rapporto tra storia, politica e commemorazioni varie

ago 17 • Attivita' politica, l'Archivio delle Idee, Notizie • 692 Views • Nessun commento

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Dalla storia possiamo trarre un insegnamento molto semplice: tutti gli avvenimenti sono in relazione tra loro e la loro relazione, in parte, è uno dei motivi fondanti della storia medesima. Essa cioè ci insegna come sia una rete di avvenimenti, di scelte umane, di accadimenti più o meno prevedibili a tessere l’inestricabile ordito che la costituisce come storia, come patrimonio condiviso della memoria. Così anche le guerre, al pari delle celebrazioni e i memoriali che di esse conserviamo, sebbene appartengano a epoche diverse, persino a culture e a luoghi diversi, sono tra loro interconnesse, hanno un filo, un legame, che per quanto sottile diventa parte integrante della loro memoria, della storia appunto, dell’insegnamento e – perché no? – del senso stesso che quegli avvenimenti tramandano.

Capita allora che ogni celebrazione non serva solo a ricordare, ma anche a capire meglio, a ritrovare questo legame invisibile, a ritessere e ricostruire meglio quel tessuto che la storia è, e che troppo spesso si trova ingenerosamente smagliato, liso, consunto nella memoria delle persone.

Proprio in questi mesi, ad esempio, le celebrazioni per il centenario della Grande Guerra ci hanno aiutato a scoprire e rivalutare una parte dimenticata o trascurata di quel grande lutto che fu quella guerra mondiale. A capire cioè come essa fu una tragedia collettiva e senza confini, che investì in misura uguale entrambi i fronti, senza distinzione, e che lasciò disperse storie, battaglie, sofferenze, a lungo trascurate nelle commemorazioni. Furono storie di civili e di militari, di italiani e austriaci, di trentini e tirolesi, di uomini e donne. Molte di queste sono riemerse proprio grazie alle celebrazioni e, come spesso accade, ciascuna parte, ciascuna cultura si è dedicata nel tempo a riscoprirle a commemorarle.

Nella storia del nostro territorio, Malga Zonta rappresenta una pagina drammatica, ma nel contempo limpida e grandiosa, di quell’impegno civile e coraggio politico cui oggi dobbiamo libertà e democrazia. La mia affezione verso questo luogo, questa vicenda, non voglio che diventi esclusiva, non voglio cioè che limiti la mia comprensione delle cose, bensì che la ampli e mi consenta di comprendere una parte più ampia della storia. Così, negli anni, ho celebrato Malga Zonta perché ho sempre pensato che essa sia uno dei possibili, non l’unico, modi di ritrovare una memoria condivisa e di riflettere su molti altri eventi che l’hanno preceduto o seguito. L’ho detto in altre occasioni: Malga Zonta è un fatto correlato anche con la prima Guerra Mondiale e con quanto è venuto dopo, nel nostro dopoguerra. Non v’è dubbio. E per questo non voglio separare la riflessione su Malga Zonta da quella sulle tante vicende dimenticate della Prima Guerra Mondiale (io stesso potrei aggiungere quella dei molti Trentini costretti subito a partire per la Galizia e trovatisi spaesati e in crisi d’identità al loro ritorno alla fine della guerra). Ora, a questo scopo, vorrei riprendere un verso celeberrimo di una canzone che tutti, sin da bambini abbiamo cantato. Una delle canzoni più commoventi della nostra cultura ed anche una di quelle più fondanti del nostro patrimonio civile. C’è un verso di Bella Ciao che recita semplicemente: “seppellirai lassù in montagna all’ombra di un bel fior”. Ecco quante volte abbiamo cantato questo verso senza fermarci a riflettere? Quante volte lo abbiamo preso soltanto come un triste e malinconico congedo al quale il partigiano sapeva di andare inesorabilmente incontro? Ebbene, io penso che questo semplice verso contenga anche qualcos’altro, qualcosa su come i partigiani, la Resistenza, il suo esempio volevano essere ricordati da noi: tra i monti, con una semplice croce in un prato. Certo: la montagna è stato anche il luogo delle loro battaglie e della loro breve esistenza spesso, ma non possiamo non riconoscere che quello sia anche il luogo della pace, del raccoglimento, dove la civiltà rispetta ancora il ritmo biologico e lento che non è solo della natura ma è anche della memoria. “Lassù in montagna”, al conforto di un solo fiore, vuol dire al riparo dal rumore, dallo scorrere chiassoso del viver quotidiano, lontano dalle divisioni e dalle piccole beghe del quotidiano. Ecco le croci in montagna servono a questo e, ancora una volta, la Resistenza ce lo insegna. Bisogna camminare a lungo, salire in cima, lasciare che le parole e il passo si diradino con la fatica dell’andare per giungere pronti al loro raccoglimento, che è silenzio meditato, che è riposo commosso. Non conosco altri luoghi dove andare a riflettere e, per una volta ancora, sono i luoghi ad insegnarci come riflettere e non noi ad imporre ai luoghi la monumentale forma della nostra riflessione retorica – da cui troppo spesso ci lasciamo sedurre. Le croci di montagna ci chiedono innanzitutto silenzio e raccoglimento. La Resistenza, i partigiani, sapevano di essere dalla parte giusta, ma non chiesero per questo un invadente monumento alla loro memoria. Un tempio eretto sulle macerie di un altro. Il senso del loro sacrificio fu prima di tutto la loro capacità di guardare oltre, dopo la loro stessa esistenza, di affidarci un compito di ricostruzione e di chiedere per sé stessi soltanto un luogo appartato e incontaminato della memoria. Non importa chi poi verrà seppellito di fianco: starà ad ogni uomo ricordare e riflettere, ciascuno con la propria cultura e memoria. Quello che ci chiedono è di preservare dal baccano e dalle nostre divisioni quel piccolo luogo che hanno voluto ritagliare per sé.

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