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La ricchezza giusta

lug 17 • l'Archivio delle Idee, Notizie, Proposte • 820 Views • Nessun commento

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Vorrei riprendere i “campanelli d’allarme” che Paolo Mantovan ha sentito risuonare nelle osservazioni della Corte dei conti sul rendiconto generale della Provincia, in particolare per quanto riguarda le risorse destinate alle imprese. Anzitutto per concordare sui rischi in agguato, che certo non devono essere ignorati: non casualmente gli incentivi alle imprese hanno rappresentato uno dei percorsi di riforma che il governo provinciale ha affrontato con maggiore determinazione, già a partire dalla scorsa legislatura, scremando gli interventi non selettivi o con minore capacità stimolatrice rispetto all’obiettivo della crescita di competitività del sistema economico locale.

Non vi è dubbio che occorre distinguere tra le imprese che creano effettivamente valore per l’economia del territorio da quelle che si limitano ad estrarre valore orientando le risorse in favore delle prime, ossia di chi investe e crea occupazione.
Il pubblico deve sostenere un’idea di capitalismo produttivo che si contrappone al capitalismo predatorio, contribuendo a generare quella “ricchezza giusta” di cui ha recentemente scritto Mariana Mazzucato su Repubblica.
A guidarci deve essere cioè una nuova idea del ruolo strategico della politica economica che deve farsi carico non di eliminare il rischio d’impresa in sé ma semmai le storture e le deviazioni di un mercato piegato alla logica della finanza e della rendita.

Il pericolo da scongiurare non è quello di una politica “eccessivamente protezionistica”, né quello di “ridurre a zero il rischio d’impresa”, perché in una libera economia di mercato, europea e globalizzata, questi concetti appaiono sempre più sfumati, se non inverosimili: non si può per legge circoscrivere alle imprese trentine né la domanda pubblica né le agevolazioni, né impedire a nuove imprese di stabilirsi sul territorio provinciale per condividerne i benefici, quindi è impossibile (oltre che dannoso) isolare il sistema locale dai rischi e dalle opportunità della concorrenza. Un’occhiata al portale dei fallimenti, o all’esponenziale incremento delle procedure di esecuzione per insolvenza, ce ne danno purtroppo la più chiara delle conferme. Penso in effetti a come debbano sentirsi molti imprenditori, grandi e piccoli, che anche in Trentino lottano quotidianamente contro la recessione, le restrizioni creditizie, i crediti inesigibili, la concorrenza dei Paesi emergenti, gli appalti aggrediti da imprese di ogni genere e provenienza, la spirale implacabile dei costi, a cominciare dai salari per arrivare alle imposte, passando per gli oneri finanziari e gli ammortamenti, leggendo di un Trentino improbabile letto di bambagia dove le imprese sono solo “coccolate” e protette.
Credo in altre parole che si debba rivalutare il rapporto fra la spesa pubblica e l’impresa, che è la molla del processo creatore della ricchezza: un processo che trae vigore proprio dalla capacità del sistema di stringersi intorno all’impresa, di suscitarne l’inesauribile forza autopropulsiva e di raccoglierne i benefici collettivi, dai posti di lavoro, all’innovazione, alla fiscalità, al PIL. È dunque il caso di chiarire a quanti non l’abbiano eventualmente presente che i trasferimenti di risorse pubbliche alle imprese, se gestiti in modo oculato, hanno in sé un forte potenziale di ritorno sociale, e non rappresentano quindi spesa improduttiva.

Il vero rischio è quello di una politica che si occupa dell’austerità, che parla solo di spending e non promuove investimenti strategici e dall’altra parte di un privato che ultra-finanziarizzato spende più per riacquistare le proprie azioni che in ricerca e sviluppo e formazione del capitale umano.

È pur vero che la Provincia ha probabilmente curato il tessuto imprenditoriale con interventi di sostegno e di stimolo più intensi che altrove, e questo sembra essere motivo di sospetti, che di tanto in tanto riaffiorano. Va però chiarito che questi interventi si sono sempre concentrati sugli investimenti, cioè sull’ingrediente fondamentale dello sviluppo: anche per questo gli aiuti alle imprese legittimamente appartengono alle spese pubbliche d’investimento, cioè proprio a quella spesa di parte capitale di cui si lamenta la contrazione. In questi anni c’è stata poi una graduale ma sensibile ricomposizione delle quantità finanziarie: la spesa per aiuti è stata ridotta, per potenziare il sistema dei servizi e delle infrastrutture e ridurre la pressione fiscale e gli aiuti diretti sono stati sempre più orientati a supportare investimenti immateriali come ricerca ed innovazione.
La nostra linea ispiratrice è quella di non demonizzare gli aiuti alle imprese, ma nemmeno di magnificarli, quanto piuttosto di integrarli in una logica di sistema premiante complessivo per le aziende meritevoli che consenta di economizzare risorse raggiungendo nel contempo l’obiettivo di incrementare la propensione ad investire sul territorio e di migliorare il profilo qualitativo delle imprese e dell’occupazione.

L’introduzione del credito d’imposta/compensazione fiscale che consente alle imprese di defiscalizzare le spese in ricerca, export, servizi innovativi e connessione alla banda larga, le agevolazioni fiscali in favore di chi attiva una nuova impresa e incrementa l’occupazione, l’istituzione di fondi per l’accesso al credito alternativi ai soli canali bancari, il sostegno ai consorzi di garanzia, i massicci investimenti nei poli tecnologici dover far crescere le imprese in un collegamento stretto con scuola e università, sono solo alcuni esempi di un Trentino che intende privilegiare sempre più politiche di sistema non meramente assistenziali per un’economia della conoscenza, per un’economia generatrice di lavoro, per un’economia dell’inclusione sociale.

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