“La ricetta trentina”

dic 6 • Lavoro, Rassegna stampa • 1286 Views • Nessun commento

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La mia intervista da Opificium (p.47) Anno 3, n˚ 6 /Novembre-Dicembre 2012 – la rivista dei periti industriali
Cominciamo dallo slogan del Festival: le professioni sono utili al Paese? Le professioni sono fondamentali per l’economia italiana, perché non è solo una questione di contributo al Pil, anche se quel 15% già da solo basterebbe a chiudere la bocca ad ogni obiezione. Le professioni migliorano infatti il livello qualitativo dell’intero sistema economico, costruendo intorno ad ogni prodotto delle imprese una rete di conoscenze e di innovazioni che costituisce un formidabile valore aggiunto e un irrinunciabile vantaggio competitivo. Sarebbe assai miope da parte della politica non tenerne conto. In questo senso le professioni sono lo specchio del livello di sapere e del grado di specializzazione di un Paese, nel momento in cui deve fare della qualità il proprio punto di riferimento. E allora, avendo come obiettivo tendenziale quello di ricostruire un tessuto economico e di relazioni sociali, è molto importante l’apporto delle libere professioni. Inoltre socialmente non dimentichiamoci che le libere professioni sono un settore al quale guardano ancora con attenzione numerosi giovani, provenienti dalle nostre scuole e dalle nostre università. C’è quindi un impatto anche sull’occupazione e sulle opportunità di lavoro significativo perché il lavoro autonomo deve essere qualificato e riconsiderato come uno degli elementi cardine di un Paese anche coeso oltre che economicamente forte.


Come mai le professioni non riescono ad accedere al tavolo tradizionale con governo, imprese e sindacati? Sono convinto che il fatto che il mondo delle professioni non sia considerato un interlocutore utile anche per capire taluni problemi che si possono cogliere dalla dinamica economica della comunità sia una lacuna nell’ottica della rappresentatività degli interessi diffusi di un Paese. Dipende, per altro, da un ritardo di tipo culturale che ci porta a pensare che le parti sociali siano ancora quelle tradizionalmente intese, cioè quelle del lavoro. Da parte del mondo delle professioni però c’è bisogno di un maggiore protagonismo. Esse non sono mai state in grado di elevarsi a interlocutore per un elemento che è un rischio inevitabile in quel mondo e cioè l’individualismo molto forte. Il libero professionista è di per sé il portatore di un interesse personale. Sono, anzi siamo perché lo sono anch’io, in molti, ma è un «molti» che non fa massa critica, è un «molti» che non si traduce nella capacità di individuare una piattaforma. C’è da fare sicuramente un’analisi critica rispetto all’assenza di percezione del valore di questo mondo, però anche questo mondo deve capire che bisogna superare, nei confronti dell’opinione pubblica, nei confronti della politica e delle istituzioni, l’idea di essere una somma indistinta di individui e di lavoratori. Bisogna che le professioni si diano meccanismi di rappresentanza meno frammentata tra le varie categorie e provino a darsi anche delle proposte comuni.
Il Trentino può essere considerato, anche grazie alla sua autonomia, un luogo di sperimentazione per promuovere nuovi indirizzi di politica utili anche a quella nazionale? Il Festival delle professioni può dunque diventare uno di questi laboratori? Il Festival è stato un evento molto importante indipendentemente dai numeri di questa sua prima edizione. È stata molto importante l’idea di mettere le professioni al centro di alcune giornate di riflessione, di scambio di opinioni e di confronto con le istituzioni. Voglio pensare che questo di Trento non sia un episodio, ma l’inizio di un percorso che deve consolidarsi, perché potrebbe essere, come lo è stato per il Festival dell’economia, il luogo da dove le libere professioni partono con un segno più forte di consapevolezza del proprio ruolo all’interno dell’organizzazione dello Stato e anche dell’intelaiatura dell’economia complessiva. Il Trentino sicuramente deve ed ha la responsabilità, mai come in questo momento, di far sì che la nostra autonomia venga utilizzata come stimolo ad essere luogo di elaborazione di modelli nuovi. Quello che abbiamo iniziato a fare qui in Trentino è stato di implementare le misure sulla formazione e le politiche di collaborazione, mettendo la categoria dei liberi professionisti al centro di una nostra idea di coesione e di valorizzazione delle diverse istanze. La nostra autonomia si misura anche nella capacità di innovazione e nell’azione inclusiva. Innovazione vuol dire raccogliere, da parte di tutti quelli che ce le possono offrire, idee per migliorare e inclusione vuol dire, da parte della politica, far partecipare a questa sfida tutti i mondi possibili. Credo che con le professioni si può e si deve fare di più perché quando parliamo di crisi del lavoro, di disoccupazione ci riferiamo alle categorie tradizionali, mentre dai dati in nostro possesso, sappiamo che anche i liberi professionisti sentono la crisi e molti hanno chiuso la loro attività e stanno cercando altri sbocchi. Questa è una perdita di pluralismo nel mondo del lavoro. Ed è anche un problema sociale che colpisce soprattutto le nuove generazioni. Se questo capita ad una persona che ha 60 anni, la sua storia l’ha fatta, magari un po’ di crisi gli fa calare il conto in banca. Ma se capita a chi ha 30 o 40 anni in un momento in cui dovrebbe consolidare la sua attività e invece finisce ai margini del sistema, di un sistema che nel suo caso non prevede ammortizzatori sociali, la situazione è ben diversa. La politica deve attivarsi e farsi carico di questo problema.

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