Sugli orari di apertura dei negozi
Pubblico un mio editoriale su l’Adige di sabato scorso (17 dicembre) sul tema degli orari di apertura degli esercizi commerciali.
Stupiscono non poco le considerazioni sugli orari di apertura dei negozi, e più in generale sulla disciplina provinciale in materia di commercio, che Roland Caramelle, sindacalista della Cgil Commercio ha espresso ieri su questo giornale. Stupiscono perché sembrano ignorare il nuovo contesto, locale e nazionale, nel quale ci troviamo a operare. Stupiscono perché non considerano consapevolmente che proprio il sottoscritto, più volte, ha ribadito di non essere personalmente d’accordo su una liberalizzazione applicata senza regole, la quale tra l’altro (e qui sono d’accordo con Caramelle) non significa automaticamente la produzione di meccanismi di crescita e di aumento di consumi. Sono convinto infatti che pure all’interno di un necessario processo di libera iniziativa, di concorrenza e modernizzazione, servano alcune regole.
Ciò che è inaccettabile, è la critica alla riforma trentina del commercio proprio nel momento in cui il decreto «SalvaItalia» del governo abbatte ogni barriera ed introduce, questo sì, una totale liberalizzazione di aperture ed orari. Con la legge 17 del 2010 si è posta una forte attenzione alla filiera dei piccoli e medi negozi, alla qualità del lavoro, alla differenziazione di disciplina in termini di aperture ed orari, avendo riguardo a diversi distretti commerciali. E soprattutto si sono imposti vincoli molto restrittivi alla proliferazione disseminata dei centri commerciali, alimentata da interessi e spinte speculative immobiliari. Prima in Italia, la legge che abbiamo varato ha interpretato alcuni tratti fondamentali dei princìpi della direttiva servizi della Ue sulla libera concorrenza. Il modello trentino – a questo punto lo si può chiamare così – ha introdotto però al contempo norme di temperamento ad uno sviluppo senza regole. Per tutto questo sorprende, ripeto, la posizione della Cgil Commercio. Infatti, pur comprendendo diversità di visione su alcuni aspetti, era auspicabile, in questo nuovo contesto, un ben diverso stimolo. Mi sarei aspettato piuttosto la richiesta di unire la forza del sindacato all’impegno della Provincia, nel difendere l’impianto di una riforma che diversamente da quanto previsto a livello nazionale, ed ancora diversamente da quanto accadeva in precedenza anche in Trentino, ha introdotto principi di tutela del territorio, dei centri storici, e della qualità del lavoro, prevedendo appositi meccanismi di conciliazione tra i diversi attori del sistema. Invece ci si avvita in un dibattito, tutto locale, persino localistico, sulle distonie tra Comuni (e sulle quali peraltro il nostro impegno a superarle è risaputo). Sta arrivando un vero e proprio urugano rispetto alle norme e alle regole in materia di commercio. Io stesso ho pubblicamente espresso, pochi giorni fa, tutta la mia preoccupazione, preannunciando l’impegno a salvaguardare una riforma, la nostra, maggiormente attenta alla sostenibilità sociale e alla valorizzazione della tipicità del commercio di territorio. E proprio in queste ore, anche nel dibattito sorto durante i lavori del Consiglio provinciale, alcuni esponenti dell’opposizione, che a suo tempo avevano legittimamente criticato la legge, hanno riconosciuto che ora l’impegno va concentrato nella difesa e valorizzazione dell’impostazione complessiva della riforma. Vorrei dire dunque che la legislazione trentina sul commercio si pone, nei fatti, come frontiera e baluardo di un processo di liberazione governato e non subìto dalla politica e fa specie che la Cgil Commercio non abbia saputo profferire una parola su questo. Nelle prossime settimane saremo chiamati ad uno sforzo supplementare per difendere anche su questo fronte le prerogative della nostra autonomia. Mi auguro di trovare anche la Cgil Commercio al nostro fianco.












